Una "Bomba" questo intervento pubblicato sul suo Blog da Roberto Simioli ex patrigno di Michelle Hunziker e il tutto suffragato da documenti e foto.
Ora, fermo restando che ognuno potrà dire la sua, mi chiedo come mai la stampa gossipara e affamata di notizie, sorvola su questa notizia? Come mai, viste le gravissime accuse mosse dal Simioli nei confronti della show girl svizzera, tutti si girano dall'altra parte?
Le risposte possono essere molteplici ma rimane un dato certo. Michelle Hunziker ha sempre e dico sempre, querelato una miriade di stalker, ma anche il suo ex patrigno Simioli per ben due volte e lo stesso è stato sempre assolto. Poi dopo anni la Hunziker querela nuovamente l'ex patrigno per diffamazione riguardo alcuni articoli che Simioli aveva pubblicato sul suo blog. Ma, udite udite, una settimana prima dell'udienza la Hunziker ritira la querela.
Roberto Simioli, dopo aver convissuto per dodici anni con la mamma di Michelle, da tempo conduce una sua personale battaglia nei loro confronti "Dopo quello che ho subito rivoglio la mia dignità" è la sua risposta.
Vedremo l'evolversi di questa notizia che non può passare inosservata, neanche da chi fin'ora ha fatto orecchie da mercante.
Il finale dell'ultima puntata di "Domenica in" è stata una grande sceneggiata-patetica e ridicola.
Personalmente trovo Mara Venier, parzialmente simpatica, ma non si può, sopratutto dopo questa enorme pandemia, anche se "devastata dalla paura", relazionarci di come sia stata coraggiosa, ammirevole, ma sopratutto capace di portare a termine tutte le domeniche la sua puntata. Non si può per tanti e ovvi motivi, il primo perchè per questo è pagata profumatamente e di per sè questo non sarebbe un problema, beata lei, ma è il minimo che gli si chiede.
Quello che forse gli sfugge dalla mente è che ci sono donne che per poche migliaia di euro al mese si devono sobbarcare veri sacrifici tutti i giorni. Penso a chi deve sorbirsi un ora di treno o auto per arrivare puntualmente al lavoro per poi tornare a casa e iniziare un altro lavoro, quello della casalinga. Penso alle migliaia di donne che si spezzano la schiena per arrivare a fine mese e via di questo passo.
Ogni lavoro è sacrificio anche quando lo fai con passione, ma se per quello che fai ottieni un lauto compenso ovviamente tutto è più semplice. Ecco perchè chi ha avuto dei morti in famiglia o chi per il causa oronavirus è rimasto senza lavoro, sentire la Venier che con disprezzo del pericolo si è fatta in quattro per portare avanti il suo programma, come minimo la mandano a quel paese. Del resto Mara Venier insiste con il voler dare al pubblico un immagine personale di infinita bontà, l'amore verso il marito, figli e nipoti, gli amici, i colleghi di lavoro, l' ex marito, l'ex compagno, le maestranze. Anche chi gli ha remato contro manda un abbraccio per poi chiudere la puntata con una sviolinata imbarazzante al suo direttore di rete Stefano Coletta.
Non c’è mai fine alla presunzione e alla superficialità. Michelle Hunziker
dai banchi di Striscia la notizia sfotte la giornalista Giovanna Botteri, non
per quello che dice, ma per come si veste e si pettina.
Lei è l’ultima che si può permettere di criticare e
ridicolizzare chicchessia ma soprattutto una donna, per il semplice motivo che si
contraddice da sola e non è credibile. Forse dimentica che non basta aver creato
una fondazione in difesa delle donne, non basta essere la ex moglie di un cantante
famoso e la moglie di un giovane imprenditore per sentirsi al di sopra delle
parti. Non basta avere la presunzione di essere famosa e amata dal pubblico per
sparare cazzate..
Forse Michelle Hunziker dimentica alcune cose. Il suo passato
lo ha blindato grazie alle “grazie” di tanti pseudo giornalisti e avvocati ma
non basterà quando prima o poi qualcuno con
le palle romperà questa omertà nascosta e manipolata da tanto forse troppo
tempo. La Hunziker è diventata famosa mostrando il suo culo, Giovanna Botteri è diventata famosa usando il suo cervello.
GIOVANNA BOTTERI
Pacata e onesta la risposta pubblica di Giovanna Botteri
"Mi piacerebbe che l’intera vicenda, prescindendo completamente da me, potesse essere un momento di discussione vera, permettimi, anche aggressiva, sul rapporto con l’immagine che le giornaliste, quelle televisive soprattutto, hanno. O dovrebbero avere secondo non si sa bene chi…Qui a Pechino sono sintonizzata sulla Bbc, considerata una delle migliori e più affidabili televisioni del mondo. Le sue giornaliste sono giovani e vecchie, bianche, marroni, gialle e nere. Belle e brutte, magre o ciccione. Con le rughe, culi, nasi orecchie grossi. Ce n’è una che fa le previsioni senza una parte del braccio. E nessuno fiata, nessuno dice niente, a casa ascoltano semplicemente quello che dicono. Perché è l’unica cosa che conta, importa, e ci si aspetta da una giornalista. A me piacerebbe che noi tutte spingessimo verso un obiettivo, minimo, come questo. Per scardinare modelli stupidi, anacronistici, che non hanno più ragione di esistere. Non vorrei che un intervento sulla mia vicenda finisse per dare credibilità e serietà ad attacchi stupidi e inconsistenti che non la meritano. Invece sarei felice se fosse una scusa per discutere e far discutere su cose importanti per noi, e soprattutto per le generazioni future di donne".
Morire aspettando i test “Alcuni medici consigliano ai malati: simulate i sintomi”
Il Fatto Quotidiano
» SELVAGGIA LUCARELLI ALESSIA BOCCHIO
CARA SELVAGGIA, vi scrivo con un profondo sconforto per una situazione sanitaria drammatica che, indubbiamente, accomuna me e i miei cari a moltissimi altri italiani. Una condizione inaccettabile, in uno Stato come il nostro che dovrebbe difendere la salute delle persone.
Le sfortune sono iniziate quando il padre del mio fidanzato, Andrea, si è ammalato ed è stato operato d’urgenza alla vigilia di Natale. Da allora le sue condizioni di salute hanno subito alti e bassi che lo hanno costretto ad entrare e uscire da ospedali e case di cura. Fino all’esplosione del Covid-19 nel nostro Paese. Il 5 marzo alle 23:30 circa siamo stati contattati da un medico dell’ospedale Molinette di Torino: avevano appena scoperto che il vicino di letto di Andrea (il papà del mio ragazzo) era positivo al Covid-19. La storia è finita sui giornali, poiché quest’uomo (con la moglie) non avevano comunicato ai medici di aver avuto contatti con persone positive. Qui inizia la nostra prima quarantena: mia, del mio fidanzato Davide e di suo padre Andrea. Noi due a casa e Andrea in ospedale alle Molinette.
Ad Andrea intanto vengono fatti due tamponi, negativi, e i medici delle Molinette decidono di mandarlo a casa. I dottori quindi organizzano il trasferimento di Andrea a casa, a Vinovo, senza interpellare il figlio, anch’egli in quarantena. Lui viene informato dal padre, solo a cosa fatta. I medici avevano lasciato che Andrea tornasse a casa da solo, in taxi, contravvenendo a tutte le regole sulla quarantena e mettendo a rischio il tassista e i suoi clienti. Aloro dire Andrea andava dimesso e noi non potevamo andare a prenderlo perché eravamo in quarantena. Andrea è arrivato a casa sua il 18 marzo, giorno in cui si è ricongiunto a sua moglie Anna, malata di depressione da quasi 20 anni: tempo trascorso chiusa in casa, col marito e la sua badante Rosy. Da quando Andrea è tornato a casa dall’ospedale, più volte Davide è dovuto andare a trovarli sia per portare la spesa e le medicine sia per assisterli durante i giorni liberi della badante. Il 21 di marzo sua madre Anna ha iniziato a stare male.
Il giorno successivo i sanitari dell’ambulanza che Davide aveva chiamato l’hanno visitata e ne hanno consigliato il ricovero. Ma Anna, malata di depressione, ha rifiutato categoricamente di andare in ospedale; i sanitari si sono detti con le mani legate, poiché non abilitati ad effettuare il Tso. Il giorno seguente Davide torna a casa con me ad Asti, sua madre Anna però peggiora e chiamiamo nuovamente un’ambulanza. Questa volta Anna è così debilitata e spaventata da essere pronta a lasciare la sua casa per farsi curare. È già pronta con le valigie quando viene visitata dal medico che si presenta in casa. La dottoressa afferma che Anna non ha nessun problema ai polmoni, e che secondo lei non è infetta. Anna non viene quindi ricoverata. La notte tra venerdì 3 aprile e sabato 4 aprile le condizioni di Anna peggiorano ulteriormente e inizia ad avere grossi problemi respiratori, tanto da iniziare a rantolare. Chiamiamo immediatamente l’ambulanza e Anna viene finalmente ricoverata. Positiva. Anna è morta domenica 5 aprile. Il figlio Davide non l’ha potuta vedere. Domenica 5 aprile ha inizio la nostra seconda quarantena, questa volta siamo quattro: oltre a Davide, Andrea e me, c’è anche Rosy, la badante.
La domanda ora a cui è imperativo dare una risposta è: chi ha infettato Anna? Anna non esce di casa da vent’anni per cui gli indiziati sono suo marito, la badante e il figlio Davide. Solo che qui né Davide né la badante hanno fatto il tampone e rischiano di infettare Andrea, che se si ammalasse forse non sopravviverebbe. L’Asl di Nichelino, intanto, ha contattato la badante e Andrea solo una volta, mentre l’Asl di Asti ha sentito un paio di volte Davide. Davide ha iniziato a richiedere tamponi a chiunque fosse in grado di contattare, ma la risposta è sempre stata la stessa: no. In mancanza di seri sintomi non c’è nessuna possibilità di ricevere un tampone. Medici e infermieri amici hanno iniziato a consigliarci di fingere i sintomi, di mentire con lo scopo di entrare nella lista di coloro che possono accedere al test, ma che non hanno comunque la certezza di ottenerlo. È possibile che sia necessario mentire per poter difendere la salute del proprio padre? È possibile che sia necessario arrivare a un punto di non ritorno, come è successo ad Anna, prima di agire? È normale essere messi in una situazione di totale impotenza di fronte alla possibile malattia e la conseguente morte del proprio padre? Le telefonate che possiamo fare sono finite, ecco perché ora le scrivo. Abbiamo bisogno di aiuto e sembrerebbe che non ci siano vie ufficiali per ottenerlo. È necessario che quelle i pochi fortunati risparmiati da questa disgrazia vengano a sapere che cosa significa sentirsi impotenti e abbandonati dalla città, dalla sanità e dallo Stato. Vi ringrazio per qualunque aiuto sarete in grado di darmi.
CARA ALESSIA, in Piemonte, in Lombardia, in Emilia Romagna e in molte altre regioni italiane, il destino di troppi cittadini è stato questo: morire in attesa di un tampone, morire perché i sintomi non erano abbastanza gravi, morire perché non sono stati fatti tamponi a parenti asintomatici, che hanno contagiato le persone più fragili del nucleo familiare. Continuo a pubblicare lettere come questa perché altre narrazioni propagandistiche o falsamente rassicuranti sono inaccettabili. Più delle mancanze stesse.
Quando leggo una notizia pubblicata da un quotidiano o
appresa da un telegiornale, sento il bisogno di appurare la fonte e quasi sempre scopro
inesattezze spaventose, non solo, scopro che alcune di queste notizie sono
spudoratamente false o distorte. Non ci vuole un genio per capire alcune
considerazioni semplici e oggettive.
La prima considerazione è che quando si lavora per conto di
una azienda, qualunque sia, privata o pubblica, si cerca o si dovrebbe cercare
di dare il meglio di sé. Ovviamente bisogna attenersi alle disposizioni che
arrivano dalla sala comandi, ovvero dalla proprietà, nessuna azienda esclusa,
stampa compresa.
La seconda è una conseguenza logica di quanto sopra, se non
rispetti quanto ti è stato chiesto la corsa finisce in fretta.
La terza considerazione riguarda la premessa iniziale. Le notizie arrivano da quotidiani e telegiornali, anche
loro sono aziende quasi sempre in mano ad imprenditori o politici e come tali si
comportano, ma con una responsabilità diversa da altre aziende per il semplice
motivo che le notizie, pubblicate o trasmesse, possono condizionare, modificare
o suggestionare milioni di persone che in base alla propria cultura, orientamento
politico o interessi personali si fanno delle proprie convinzioni. Quando un
giornalista sceglie di lavorare per una testata sa perfettamente qual è la linea
editoriale da seguire e non ha bisogno di ordini o di suggerimenti deve solo “sposare”
o condividere la stessa linea voluta o desiderata dell’editore. Questo servirà
in futuro al giornalista per obbiettare davanti al popolo che nessuno gli ha
mai imposto niente e che quello che scrive è semplicemente farina della sua
mente. Alcuni direttori e giornalisti per non vergognarsi si autoconvincono di pensarla
allo stesso modo del proprio referente editoriale e difendono a spada tratta le
proprie convinzioni. Ovviamente la
politica gioca un ruolo fondamentale in tutto questo è la politica che
stabilisce le sovvenzioni finanziarie dei quotidiani è la politica che necessita
di avere come cassa di risonanza la stampa amica.
Solo chi non è succube di queste prerogative può scrivere e
pubblicare onestamente e liberamente il proprio pensiero, peccato che solo pochi possono vantarsi di questo e per questo vengono tacciati dai loro colleghi,
sostenitori compresi, di tutte le nefandezze possibili. Amo i giornalisti che traducono
i loro pensieri con argomentazioni, fatti e documentazioni. Amo i giornalisti
che non sono servi di nessuno, questo non vuol dire che sono perfetti, non vuol
dire che prendo per oro colato quanto scrivono, ma mi stanno simpatici solo per
il fatto che non devono rispondere a nessuno se non ai propri lettori.
Leggo due o tre quotidiani ogni giorno. Tra questi
il “Fatto quotidiano” e mentirei se scrivessi che non stimo Marco Travaglio e Andrea
Scanzi. Fino a quando nessuno riuscirà a
smentire con fatti reali quello che dicono o scrivono rimango dell’idea che loro, con pochi altri, sono
giornalisti con le palle. Capisco anche l’invidia da mal di pancia dei loro pseudo colleghi, scrivere e dire quello che realmente si pensa oggi come
oggi, è una libertà concessa a pochi e per fare questo bisogna non essere servi di nessuno.
Grande Fratello Vip Quel che resta della vita (irreale)
Il Fatto Quotidiano
» ALESSANDRO FERRUCCI @A_Ferrucci
Sono dei reduci, dei disperati, dei dinosauri. Sedotti dalle ultime luci della (presunta) celebrità, e poi via, il Coronavirus ha spostato il (loro) riflettore, all’improvviso sono rimasti nudi davanti a se stessi, sostenuti al massimo da Alfonso Signorini, senza più un pubblico generoso nell’applaudire e sostenere ogni loro stupidaggine.
ED ECCO la differente prospettiva: lo spettacolo del Grande Fratello Vipnon è più un “come siamo”, ma un “come eravamo”: è come se all’improvviso fosse diventato un programma da cineteca, è già dentro un altro contenitore mentale, con i pochi protagonisti ossessionati nell’aggrapparsi alle loro speranze, quando in realtà sono i soggetti più disperati della televisione, e suscitano tenerezza oggettiva. Così guardano i video dei loro cari, tutti chiusi nelle rispettive case, e piangono. Piange Antonio Zequila, detto “er mutanda”, si dispera; piange Fabio Testi, con maggiore compostezza; piange una tizia semi- sconosciuta; piangono a turno tutti per tutto quello che avviene fuori dal loro contesto, ma non escono, ancora credono alla vecchia liturgia dell’importante è esserci, “vi diamo un servizio per distrarvi”.
E allora vanno avanti, con piccole beghe, frasi scomposte, congiuntivi in pensione, accuse surreali, bagni con il sale per scacciare via gli spiriti maligni, amori, amicizie, accuse incrociate. Nullità. E più continuano e più appaiono disperati nella loro essenza. Nella loro missione. Nel loro essere. Nella loro solitudine. Qualcuno ha fatto credere loro di essere in “missione per conto di Dio” ( Blues Brothers dixit), e loro si sono lanciati con tutta la buona volontà; peccato che il Grande Fratello Vip è arrivato, non per scelta, nelle case di ognuno di noi, ognuno fa i conti con una quotidianità divisa e condivisa attraverso i piccoli schermi del cellulare, e l’eliminazione non avviene per via di un voto da casa, ma per un virus. E ALLORA uno pensa a quello che ha dichiarato al Fatto Massimo Popolizio: “La nostra è una professione di rinunce”. Quella dell’artista è una professione di rinunce. E lui si riferiva alla possibilità di una vita privata piena, tonda, come il comune sentire ha individuato nei secoli, mentre l’a r t is t a deve pensare al pubblico, intrattenere, tramandare, decodificare emozioni e riproporle nella loro radice; la famiglia dell’artista è sul breve la compagnia del set, del palco, del riflettore; sul lungo è chi ascolta.
E i protagonisti del Grande Fratello Vip si sentono artisti, a prescindere dal loro valore, si comportano come tali, quindi stanno rinunciando a loro stessi, al normale istinto di stare accanto agli affetti, di capire cosa stia accadendo ai loro affetti; restano lì, e nessuno li reclama, non c’è stata una persona, nemmeno una, che ha detto a Tizio o Caio: “Esci, qui c’è bisogno di te”; o “esci, salvati: la vita è improvvisamente diventata altro”.
Macché.
Vanno avanti, Valeria Marini piange perché dopo mesi ha sentito la mamma al telefono, e le sue unghie spezzate, distrutte, arrese, raccontano di lei più di ogni mezza frase espressa.
E va visto. Il Gf Vip va visto, perché è l’ultima appendice di un mondo che non c’è più, non ci sarà più. E forse domani noi saremo migliori di tutto questo.
Ultimamente ci sono conduttori di programmi televisivi dove il loro EGO è cresciuto a dismisura. Gli esponenti che
emergono in questa lunga e interminabile categoria sono sicuramente Barbara D’Urso,
Mara Venier e Massimo Giletti.
BARBARA D'URSO
Barbara D’Urso conduce programmi discutibili che possono non
piacere, ma visto che questi talk show fanno ascolti, lei procede imperterrita nella sua conduzione
personalizzata e autoritaria. Sdogana tranquillamente persone senza arte ne
parte, opinionisti che espongono opinioni talmente irreali e improprie che smascherano incontrovertibilmente le loro incapacità
di capire o formulare qualsiasi argomento. Sono curioso di sapere che fine
faranno questi opinionisti quando finirà la pacchia di queste ospitate, perche prima
o poi tutto finisce comprese le ospitate zeppe di opinionisti del nulla. Ma
quello che si evince ultimamente nei programmi della D’Urso è la sua arroganza sempre
più gestionale e padronale della conduzione, zeppa di “ il MIO programma”, “Sei
MIO ospite”, “i MIEI inviati”, e via di questo passo dimenticandosi che in un
programma televisivo la conduttrice è solo la punta dell’iceberg fatto di
autori, direttori di produzione, inviati e maestranze comprese. Non solo, è
talmente presuntuosa che durante un servizio è capace di modificare a suo
piacimento il senso della cose dando evidentemente interpretazioni lontane
mille miglia dalla realtà.
Poi capita che ti trovi un Vittorio Sgarbi che ti
mette in riga e che decide lui se stare o andarsene dal tuo programma. Un
affronto questo che umilia e ridimensiona la D’Urso incapace di reagire, non
per educazione verso l’ospite, ma semplicemente perche, non essendo mai stata redarguita
da chicchessia in un “SUO” programma, è rimasta inebetita e ammutolita. La sua presuntuosità è stata dimostrata anche con l’intervista
fatta al Presidente del Consiglio dandogli direttamente del tu, mentre le
regole del rispetto dovuto a chi occupa ruoli istituzionali è doverosa e questo la dice lunga sul suo ego.
MARA VENIER
Mara Venier, la simpatica e "caciarona" conduttrice in questi
giorni è al centro di critiche. Sembra sia stata contestata tramite una lettera
pubblicata dagli organizzatori – Ispettori di produzione Rai dove si accusa la
conduttrice di “Domenica In” di ripetute minacce e insulti a un dipendente.
Ovviamente non sappiamo se c’è del vero in questo, ma non sfugge agli occhi
degli spettatori la sua insofferenza verso la scaletta del programma. Infatti
lei redarguisce spesso con smorfie eloquenti il suo disappunto. In sostanza appare
come la “Deus ex machina” del programma piaccia o non piaccia, ottenendo l’unico
risultato di sembrare arrogante e autoritaria.
MASSIMO GILETTI
Massimo Giletti il conduttore di “Non è l’arena” (La7) è
sicuramente intransigente, ma non con tutti. Questo è il vero tallone di Achille
che Giletti difficilmente riesce a nascondere. Nelle varie interviste che il
conduttore realizza, usa pesi e misure diverse nei confronti dell’intervistato.
Con alcuni è spezzante e irremovibile mettendo alle corde con domande
incalzanti e scomode i suoi interlocutori, mentre con altri si comporta
esattamente all’incontrario, spiazzando l’ascoltatore che attende inutilmente la
domanda che darebbe un senso logico all’intervista. Ma questa è un abitudine di
Giletti a cui ormai ci siamo abituati.