domenica 31 maggio 2026

LA VITA IN DIRETTA - l’illusione della diretta, la certezza della noia..

 L’illusione della diretta, la certezza della noia

La televisione generalista dovrebbe vivere di brio, imprevedibilità e costante rinnovamento. Entrando nel salotto pomeridiano de La vita in diretta, guidato da Alberto Matano, la sensazione dominante è invece quella di un perenne e rassicurante (per la produzione) déjà-vu. Sotto una patina di finta freschezza e ritmo serrato, il programma si è adagiato su una formula fissa che trasforma l'appuntamento quotidiano in un esercizio di noia ripetitiva.

                                                               

Il tavolo degli "immortali": gli ospiti sempre uguali
Il cuore pulsante del talk, il celebre tavolo della seconda parte del programma, soffre di una drammatica assenza di ricambio. Gli ospiti non ruotano: si alternano secondo un copione rigidissimo che vede sempre le stesse facce commentare qualsiasi fatto di cronaca rosa, costume o leggera attualità. Questa cerchia ristretta di opinionisti "di professione" azzera il dibattito.
Prevedibilità: il pubblico sa già cosa dirà ogni singolo ospite prima ancora che apra bocca.
Mancanza di contrasto: le opinioni si sovrappongono senza mai creare un vero confronto stimolante.
Effetto "muffa": l'impressione è quella di un club privato che parla a se stesso, escludendo il punto di vista del mondo reale.
Le rubriche fotocopia: il riciclo dei format
Non va meglio sul fronte dei contenuti e delle rubriche. Il programma sembra soffrire di una cronica pigrizia autorale. Le dinamiche proposte, i focus sui personaggi del momento o i micro-servizi di costume non inventano nulla. Si tratta della riproposizione fedele di formule già ampiamente sfruttate da altre trasmissioni della concorrenza (o della stessa Rai).
Storie di gossip sviscerate fino allo sfinimento. Collegamenti che rincorrono il trend social del giorno prima. Spazi nostalgici privi di un reale graffio giornalistico.
Conclusione: una pigrizia che penalizza il pubblico
Vincere la sfida degli ascolti (spesso grazie al traino della rete e alla fidelizzazione storica del pubblico) non significa fare buona televisione. Abbandonare il coraggio di sperimentare per rifugiarsi nell'usato sicuro è una scelta comoda ma pigra. La vita in diretta rischia così di diventare il manifesto di una televisione che non vuole disturbare, che non vuole stupire e che, alla fine, si riduce a un sottofondo monocorde. Una noia penosa per chi, dal servizio pubblico, si aspetterebbe ancora un briciolo di contemporaneità e di coraggio.

mercoledì 27 maggio 2026

LA 9 Di fronte a repliche infinite, il telecomando diventa l'unica difesa per cercare intrattenimento reale altrove.




Il canale televisivo La 9 sembra essere rimasto intrappolato in un loop temporale. Ogni giorno, la programmazione del palinsesto, sopra tutto con "Cash or Trash" propone agli spettatori puntate già viste, repliche continue e contenuti datati. Quella che potrebbe sembrare una gestione temporanea si è trasformata in una routine giornaliera che ha il sapore della presa in giro per chi sintonizza il proprio televisore su questo canale.

La televisione vive di novità, attualità e confronto. Proporre quotidianamente lo stesso identico menu non è solo pigrizia editoriale, ma dimostra una totale mancanza di considerazione per la fedeltà degli spettatori, trattati come utenti passivi a cui propinare qualsiasi contenuto residuo.

I punti critici della situazione
  • Mancanza di rispetto: Il pubblico si trova davanti a un palinsesto statico che non offre stimoli o novità.
  • Mancanza di investimenti: La scelta di non rinnovare i contenuti suggerisce un disinteresse verso la crescita editoriale.
  • Fuga degli spettatori: Di fronte a repliche infinite, il telecomando diventa l'unica difesa per cercare intrattenimento reale altrove.

mercoledì 6 maggio 2026

L' URLO SENZA PENSIERO: SE LA VOLGARITA IN TV DIVENTA METODO..

 L’urlo senza pensiero: se la volgarità in TV diventa metodo..

                                                               




La "parolaccia" è l'ultimo dei problemi

Osservo come il concetto di volgarità sia cambiato. Una volta era l'infrazione di un tabù linguistico; oggi la vera volgarità è l'interruzione sistematica dell'altro. Il "vaffa" è stato sostituito dal rumore bianco di tre persone che urlano contemporaneamente. Molti personaggi, politici in testa, non usano il linguaggio per spiegare, ma per evocare emozioni (spesso rabbia o indignazione). Un botta e risposta. Si risponde a una domanda complessa con uno slogan che non c'entra nulla, ma detto con tono aggressivo e se la logica sparisce, resta solo la performance. Il politico non è più un amministratore, ma un "performer" che deve bucare lo schermo. 
I talk show non cercano la soluzione ai problemi, ma lo scontro. La mancanza di logica serve a evitare il confronto nel merito, dove molti risulterebbero impreparati. È più facile insultare o sviare che argomentare con dati alla mano.. Questa modalità abitua lo spettatore a non pretendere più un senso razionale dai discorsi. La "vittoria" in un dibattito non va a chi ha ragione, ma a chi ha gridato l'assurdità più sonora.
Tutto questo non è altro che lo specchio della nostra attuale società..