Scrivo spinto da una riflessione nata ieri sera, l’ennesima, mentre saltavo da un canale all'altro del telecomando. Alla mia età, superato i settanta, mi trovo sempre più spesso a disagio di fronte a uno spettacolo che faccio fatica ad accettare in un paese che si definisce civile: la normalità della volgarità nelle televisione odierna.
Vedere conduttori e ospiti blasonati utilizzare un linguaggio e un atteggiamento che ai miei tempi sarebbero stati giudicati, senza mezzi termini, scandalosi, mi lascia profondamente amareggiato. Mi chiedo, semplicemente: come siamo arrivati a questo punto?
Il problema non riguarda più solo i reality show, contesti in cui la sguaiatezza e il bisticcio vengono venduti come "spontaneità" e "vita vera", svuotando di fatto il significato di rispetto e convivenza civile. La deriva più preoccupante ha ormai contagiato i Talk show politici. Quelli che dovrebbero essere spazi di alto dibattito democratico e di informazione si sono trasformati in arene di gladiatori. Non si discute più per argomentare, ma per sopraffare l'altro. L'insulto, l'epiteto violento e l'interruzione sistematica sono diventati veri e propri strumenti di lavoro, sdoganati da conduttori che spesso scelgono di non intervenire, o peggio, cavalcano la rissa per un punto di share in più.
L'impatto di questo "modello" è devastante, specialmente sulle nuove generazioni. La televisione conserva ancora un enorme potere di legittimazione sociale. Se un concetto o un termine offensivo viene pronunciato con disinvoltura su uno schermo televisivo, passa il messaggio implicito che quel linguaggio sia lecito, utilizzabile in pubblico senza filtri o vergogna. I giovani assorbono questa totale assenza di argine, normalizzando nel loro quotidiano espressioni che distruggono la bellezza della nostra lingua e, con essa, l'educazione civica.
La mia non è la nostalgia di un passato perfetto, ma la difesa del principio che la parola pubblica porti con sé una responsabilità. Una volta la televisione aveva anche il compito di unificare e far crescere culturalmente il Paese. Oggi sembra volerlo rincorrere nei suoi istinti più bassi.

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