lunedì 24 agosto 2026

BUON APPETITO! IL MENU DELLA TV TRA ASSORBENTI, PERDITE E MUTANDE RINFORZATE..

                                                                              


Esiste una legge non scritta del marketing televisivo, una regola aurea che i palinsesti applicano con precisione chirurgica. Questa legge prevede che, non appena la tua forchetta tocca i rigatoni al sugo o mentre stai per addentare una cotoletta fumante, lo schermo debba riempirsi di fluidi corporei e biancheria intima contenitiva.
È l’ora di cena, il momento sacro del relax familiare. Ed è esattamente in questo istante che la pubblicità decide di trasformarsi in un bollettino medico-ginecologico.
Il catalogo delle meraviglie culinarie offre scenari ormai diventati grandi classici. Ci sono le splendide quarantenni che ballano felici in salotto, fasciate in mutande rinforzate ad alta tecnologia, pronte a sfidare i colpi di tosse e le risate improvvise senza timore di perdite urinarie. Un attimo dopo, l’inquadratura stringe su un primo piano ravvicinato di uno slip macchiato di un liquido rosso fin troppo realistico, per ricordarci l’efficacia dell’ultimo tampone sul mercato. E se pensate che sia un trattamento riservato alle sole donne, vi sbagliate. La parità di genere si esprime oggi attraverso baldi cinquantenni che sfilano fieri mostrando boxer dotati di assorbente maschile incorporato.
Sia chiaro, non c’è nulla di male nel parlare di salute, ciclo o incontinenza. Abbattere i tabù è un segno di civiltà. La domanda che sorge spontanea, mentre la fame svanisce e subentra un leggero senso di imbarazzo misto a voltastomaco, è solo una: perché proprio adesso?
Davvero l’unico modo per vendere questi prodotti è mostrare dettagli anatomici e liquidi colorati proprio nell'ora di punta del consumo di carboidrati? Un tempo ci si limitava al rassicurante e misterioso liquido blu versato su un pezzo di cotone. Era finto, era astratto, ma almeno ti permetteva di finire il risotto in santa pace. Oggi la tendenza è l’iperrealismo televisivo applicato all'igiene intima.
Il risultato è che la cena si trasforma in una corsa a ostacoli per lo stomaco. Ti ritrovi a fissare il piatto chiedendoti se quel sugo al pomodoro non ricordi un po’ troppo lo spot di tre secondi prima.
Forse le agenzie pubblicitarie pensano che lo shock visivo migliori le vendite. O forse, più semplicemente, chi programma gli spot cena a orari improbabili. Nel frattempo, noi spettatori affamati non possiamo fare altro che tenere il telecomando a portata di mano, pronti a cambiare canale al primo accenno di elastico in vista. O in alternativa, rassegnarci a una dieta ferrea imposta direttamente dalla televisione.

venerdì 14 agosto 2026

IL DELITTO DI GARLASCO E IL VUOTO MEDIATICO. CHI SI RICORDA DI CHIARA POGGI?

                                                                                


Accendete la televisione in un pomeriggio qualsiasi, sintonizzatevi su un talk show di cronaca nera o aprite un podcast di true crime. Da mesi, anzi da anni, la scena è sempre la stessa. Volti seri di avvocati, esperti forensi con i loro plastici, criminologi e giornalisti si alternano sullo schermo per vivisezionare, per l’ennesima volta, il delitto di Garlasco.
Assistiamo a una ripetizione infinita di vecchi filmati, alla reiterazione di dinamiche già sentite centinaia di volte, a dibattiti logoranti incentrati sempre e solo sugli stessi nomi. Si parla di Alberto Stasi, l’imputato condannato in via definitiva. Si scava nel passato di Andrea Sempio, il sospettato poi scagionato. Si analizzano i pedali di una bicicletta, le impronte sui gradini della cantina, i tempi di percorrenza fotografati al secondo. 
Tutto scorre su un binario ripetitivo, quasi automatico, sterile. Ma in questo immenso rumore di fondo, c’è un silenzio che fa rumore. Un vuoto che non torna. In questo infinito processo mediatico si parla di tutto, tranne che dell’unica, vera, drammatica costante di questa storia: Chiara Poggi.  Spostata  in un angolo della cronaca. Mentre i faldoni giudiziari si accumulano e le carriere televisive si consolidano sulla dicitura "Caso Garlasco", Chiara sembra essere stata parcheggiata in un angolo freddo della cronaca nera, diventando un pretesto, un nome necessario solo a giustificare il dibattito successivo. 
Nessuno racconta più chi era Chiara prima di quella drammatica mattina di lunedì 13 agosto 2007. Prima che la sua vita venisse spezzata in modo cruento e inspiegabile dentro la villetta di via Pascoli. La narrazione mediatica l'ha progressivamente bidimensionalizzata, trasformandola in una fotografia sbiadita da mostrare nei titoli di testa, una vittima senza più un'identità che non sia quella legata al suo assassino. 
Ricordare Chiara Poggi significa restituirle la dignità di una ragazza di 26 anni che stava costruendo il proprio futuro, passo dopo passo. Nata a Vigevano, Chiara era una giovane donna solare, riservata, profondamente legata alla sua famiglia e alle sue radici. Chiara non era solo "un corpo rinvenuto sulle scale della cantina". Era una ragazza brillante, che si era laureata in Economia all'Università di Pavia con impegno e determinazione. Aveva i sogni, le insicurezze e i progetti tipici della sua età. Aveva davanti a sé un'intera vita da scrivere, fatta di ambizioni professionali e affetti quotidiani. 
Una vita che le è stata sottratta un lunedì d'estate, lasciando un vuoto incolmabile nei cuori dei suoi genitori e di suo fratello, che da anni affrontano il dolore con una dignità e un composto silenzio che molti professionisti del piccolo schermo dovrebbero solo imitare.Il rischio di questa sovraesposizione mediatica basata sulla ripetizione ossessiva è la desensibilizzazione. A furia di sentire parlare di perizie, DNA e sentenze, il pubblico dimentica l’umanità della tragedia. La giustizia ha fatto il suo corso nelle aule di tribunale, ma la memoria sembra aver fallito il suo compito più alto: quello di proteggere il ricordo della vittima.
Sarebbe ora che i programmi televisivi e le testate giornalistiche spegnessero i riflettori sulle solite, trite polemiche e dedicassero anche solo un minuto a ricordare il sorriso di quella ragazza di 26 anni di Vigevano. Perché finché continueremo a parlare solo di chi ha ucciso o di chi è stato sospettato, Chiara Poggi continuerà a morire ogni giorno, intrappolata per sempre in quel maledetto agosto del 2007.