Esiste una legge non scritta del marketing televisivo, una regola aurea che i palinsesti applicano con precisione chirurgica. Questa legge prevede che, non appena la tua forchetta tocca i rigatoni al sugo o mentre stai per addentare una cotoletta fumante, lo schermo debba riempirsi di fluidi corporei e biancheria intima contenitiva.
È l’ora di cena, il momento sacro del relax familiare. Ed è esattamente in questo istante che la pubblicità decide di trasformarsi in un bollettino medico-ginecologico.
Il catalogo delle meraviglie culinarie offre scenari ormai diventati grandi classici. Ci sono le splendide quarantenni che ballano felici in salotto, fasciate in mutande rinforzate ad alta tecnologia, pronte a sfidare i colpi di tosse e le risate improvvise senza timore di perdite urinarie. Un attimo dopo, l’inquadratura stringe su un primo piano ravvicinato di uno slip macchiato di un liquido rosso fin troppo realistico, per ricordarci l’efficacia dell’ultimo tampone sul mercato. E se pensate che sia un trattamento riservato alle sole donne, vi sbagliate. La parità di genere si esprime oggi attraverso baldi cinquantenni che sfilano fieri mostrando boxer dotati di assorbente maschile incorporato.
Sia chiaro, non c’è nulla di male nel parlare di salute, ciclo o incontinenza. Abbattere i tabù è un segno di civiltà. La domanda che sorge spontanea, mentre la fame svanisce e subentra un leggero senso di imbarazzo misto a voltastomaco, è solo una: perché proprio adesso?
Davvero l’unico modo per vendere questi prodotti è mostrare dettagli anatomici e liquidi colorati proprio nell'ora di punta del consumo di carboidrati? Un tempo ci si limitava al rassicurante e misterioso liquido blu versato su un pezzo di cotone. Era finto, era astratto, ma almeno ti permetteva di finire il risotto in santa pace. Oggi la tendenza è l’iperrealismo televisivo applicato all'igiene intima.
Il risultato è che la cena si trasforma in una corsa a ostacoli per lo stomaco. Ti ritrovi a fissare il piatto chiedendoti se quel sugo al pomodoro non ricordi un po’ troppo lo spot di tre secondi prima.
Forse le agenzie pubblicitarie pensano che lo shock visivo migliori le vendite. O forse, più semplicemente, chi programma gli spot cena a orari improbabili. Nel frattempo, noi spettatori affamati non possiamo fare altro che tenere il telecomando a portata di mano, pronti a cambiare canale al primo accenno di elastico in vista. O in alternativa, rassegnarci a una dieta ferrea imposta direttamente dalla televisione.

